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Il purpose: riflessioni sabaude su cio' che resta quando la partita finisce

Dalla Torino del "Fino alla Fine" a una riflessione globale: perché lo scopo di esistere è 'unica cosa che conta davvero.

IL PURPOSE
Il purpose: riflessioni sabaude su cio' che resta quando la partita finisce
5 Marzo 2026

Oltre il 90°: se il calcio smette di essere un gioco e diventa un "perché"

Guardo il calcio da sempre con le lenti bianconere d’ordinanza. Il che, tradotto, significa con il dovuto distacco di chi ha collezionato abbastanza finali di Champions perse da poter aprire una scuola di stoicismo applicato. Spesso, però, cambio occhiali e indosso quelli del comunicatore. Ed è qui che la passione si scontra con la professione, dando vita a una riflessione sul “purpose”: lo scopo ultimo di stare al mondo (calcistico), tra il serio e il faceto.

L’Equazione vincente: come il Purpose trasforma il calcio in destino (e le aziende in icone)

Quando entri al Camp Nou, vieni travolto da una scritta che non è un semplice slogan, ma un dogma: “Més que un club”. Ti ricorda istantaneamente che il Barcellona non è una squadra, ma è il simbolo dell’essere catalano, la sua essenza, il club è posseduto e gestito dai tifosi/soci. Una posizione orgogliosamente antitetica a quella del Real Madrid, che incarna l’eccellenza centralista e il prestigio del potere stabilito.

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Tra Yamal e Mbappé, ammettiamolo, noi juventini abbiamo fatto fatica a trovare spazio ultimamente. Eppure, anche il nostro Kenan Yildiz ritrova nel club un purpose identitario granitico: la vittoria come unica metrica dell’esistenza, condita dall’energia inesauribile di chi arriva “Fino alla fine”.

Non è solo un gioco, è un Contratto Sociale

Il Purpose nello sport segue una proporzione inversa rispetto alla frequenza delle vittorie. Siccome nel calcio si perde spesso (una sola squadra ride, le altre spiegano), senza uno scopo un club è solo un prodotto legato al risultato. Se perdi, il valore crolla.

Se invece il tuo scopo è rappresentare l’orgoglio di una città operaia — il celebre “You’ll never walk alone” di Liverpool — il tifoso resta fedele anche durante la carestia. La sua identità è legata alla missione, non solo alla bacheca. Pensate al St. Pauli di Amburgo: vendono attivismo e impegno sociale. Chi non ha un purpose chiaro finisce nella "terra di mezzo": club che giocano bene ma non emozionano, invisibili per sponsor e nuovi fan.

Oggi gli investitori guardano ai criteri ESG; un club con un purpose ambientale (come i Forest Green Rovers, i più "green" al mondo) è un investimento sexy. Un club senza bussola è solo un rischio.

Fino alla Fine: Storia di un Purpose che diventa bussola (anche quando non si vince)

Arriviamo al nostro mondo in bianco e nero. “Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”. Analizziamola: non è che la vittoria sia la priorità assoluta, è che è l’unica cosa che garantisce la rilevanza. Non è la vittoria in sé a contare, ma le sue conseguenze: la forza di ispirare, l’impatto sulla società, la capacità di attrarre un pubblico globale.

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Mentre a Milano si discute di internazionalità e design, e a Napoli si celebra il calcio come un rito pagano di riscatto, a Torino preferiamo la contabilità dei trofei. Il nostro Purpose è un’equazione lineare: lavoro + disciplina = vittoria. Ecco perché i voli pindarici di Maifredi, Sarri o Thiago Motta — profeti del calcio "bello e divertente" — faticano a sedimentare nel nostro DNA. Alla Juve, il purpose deve essere la bussola, non un optional estetico.

Vincere è l'unica cosa che conta (specialmente quando non succede)

Ma come conciliare il dogma bonipertiano con un digiuno prolungato? È la sfida suprema: se "vincere è l'unica cosa che conta" e non vinci, rischi di sentirti il nulla. In tempi di magra, il Purpose deve trasformarsi: da "vittoria immediata" a "metodo infallibile per tornare a vincere". Non è un’assenza, è una rincorsa.

In assenza di metallo pregiato in bacheca, l’urlo Fino alla fine smette di essere un grido di gioia e diventa il rumore dei denti stretti. Si chiama resilienza. Se non vinciamo oggi, dobbiamo essere quelli che lavorano più duramente per vincere domani. Mentre gli altri club nel caos si sfaldano, il nostro Purpose deve tradursi in ordine e silenzio: "Non stiamo perdendo, stiamo solo ricaricando le batterie".

La trappola da evitare? Diventare "belli ma perdenti" per compiacere la critica. Troppe crisi sono anche causate dalla perdita dell’indirizzo indicato dal Purpose. Preferiamo essere noi stessi in crisi che chiunque altro in festa.

Infatti, quello che diventa inaccettabile agli occhi dei tifosi nei periodi di scarse vittorie è la mancanza di professionalità, di programmazione, la ricerca di alibi, lo scarso impegno, la paura della vittoria: questi sono i comportamenti che tradiscono i valori del club e il suo scopo di essere. I giocatori nuovi devono essere prima selezionati come uomini e dopo come atleti.

Recuperare il valore del nostro 'perché' significa capire che la vittoria non è un evento casuale, ma la conseguenza naturale di un modo di essere.

dopo la mamma

Il tifoso juventino non chiede alibi, chiede serietà. Ogni minuto passato a non vincere deve essere un minuto speso a costruire il prossimo successo. È la differenza tra chi aspetta che il vento cambi e chi ricomincia a remare con la bava alla bocca.

Uno sguardo ai vicini (e ai rivali)

In Italia il purpose è onnipresente a livello viscerale, ma invisibile a livello strategico. In Serie B, ad esempio, dovrebbe essere una strategia di sopravvivenza per attirare sponsor, ma spesso viene confuso con il semplice campanilismo, sprecando un potenziale enorme.

E i nostri rivali nerazzurri? Hanno la loro bella gatta da pelare. Nati infatti nel 1908 da un gruppo di soci del Milan che se ne andò perché il club rossonero voleva limitare il numero di stranieri e fondò l’Internazionale, che non è aggettivo geografico, ma bensì una dichiarazione politica e sociale: il talento non ha passaporto.

Hanno però poi lasciato che prevalesse il concetto della “Pazza Inter”. Comunicare l'instabilità emotiva come valore è l'opposto del purpose: è ammettere la mancanza di controllo. Stanno provando ora a ripulirsi l'immagine verso una "stabilità vincente", ma l'eco della pazzia disturba ancora il messaggio.

Gattuso e l’Alchimia di Coverciano

Il test finale avviene nello spogliatoio della Nazionale. Immaginate un CT (proprio lui, Ringhio Gattuso) davanti a una polveriera di identità:

  • I Soldati della Juve: determinati, cinici, per loro un 1-0 sporco è un’opera d’arte contabile.
  • I Ribelli dell’Inter: imprevedibili, portatori sani di drammi esistenziali ed epopee eroiche.
  • Gli Esteti del Milan: cercano la "scintilla", il controllo, lo stile che eleva il gesto tecnico.
  • Il Passionario del Toro: sguardo incazzato, spirito del Tremendismo, pronto a schiantarsi contro un muro pur di onorare la maglia.

Il compito del CT è pura alchimia: deve smontare questi purpose individuali e fonderli in un claim nazionale. Deve convincere il difensore juventino che la bellezza del milanista serve a faticare meno, e spiegare al ribelle interista che la disciplina bianconera serve a non finire la partita in dieci. Ma quando funziona... succede il miracolo del 2006 o del 2021.

Il fischio finale

In fondo, il claim comunicativo non è un esercizio per grafici. È un contratto sociale. Se il tuo motto è Fino alla Fine, l'ecosistema non ti perdonerà mai di aver mollato un centimetro. La vera vittoria — di un club o di una Nazionale — non è solo alzare un pezzo di metallo (magari di cartone, direbbe qualcuno col ghigno sabaudo), ma far sì che ogni singola componente agisca secondo un'unica visione.

Perché nel calcio, come in impresa e nella vita, puoi anche perdere la partita, ma se perdi il tuo "Perché", hai perso tutto. Fino alla fine, appunto.

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